Verso Le Meraviglie: la recensione del viaggio sonoro degli Stag

Gli Stag pubblicano Verso le meraviglie, il loro secondo album di inediti, un diario di viaggio in cui le canzoni costituiscono delle mappe in grado di guidare l’ascoltatore in un territorio ricco di contaminazioni.

Se non ti vedo non esisti… direbbe Levante. In effetti, gli Stag sono stati lontano dalle scene per lungo tempo. A tenerli in attività, i lavori di composizione dei nuovi brani e i live, principalmente nella loro città, Roma. Sono passati cinque anni da quel Festival di Sanremo del 2012 che li aveva portati al grande pubblico, sotto la forma di Marco Guazzone & STAG (l’idea è simile a quella, ad esempio, dei Florence & The Machine in cui centrale è la figura del solista, affiancato poi da una band strutturata con cui scrivere i brani).

Accantonata questa scelta a solo, continuano ora come gruppo e si affidano ad un’etichetta indipendente, la INRI (che ha fatto la fortuna, tra gli altri, della brava Levante). “Per questo viaggio ci vuole coraggio” e dimostrano di averne: rifiutano le numerose proposte delle major, tra le quali spicca la Warner (nota per lasciare maggior libertà creativa ai propri artisti), che continuavano a vederli strutturati ancora come solista con band. Così il 10 marzo pubblicano il loro secondo album, Verso le meraviglie (ascolta qui). Vi sono confluiti i brani pubblicati in questi anni, in un equilibrio tra lingua inglese e italiana che li ha sempre caratterizzati.

Stag Verso le meraviglie
La cover di Verso le meraviglie

Diversi erano i titoli pensati per questo nuovo inizio, ma alla fine (come per l’album precedente L’atlante dei pensieri) hanno optato per la traduzione del titolo di una canzone presente nella tracklist, To the wonders. Il concetto che si cela dietro a questa scelta è il viaggio alla ricerca dello stupore, per arrivare alla scoperta che è proprio dentro di noi… il viaggio non è assolutamente concluso, è appunto un “verso” che rappresenta una guida alla determinazione e alla riscoperta di sé. L’idea del disco è quindi quella di un diario di viaggio, in cui le canzoni costituiscono delle mappe: in questo senso è da intendere la bella copertina – in cui il logo della band è incasellato in una cartina anticata e al suo interno la metafora di una nave che salpa (sulle note di Oh issa! magari) – e la tracklist, caratterizzata da una struttura bipartita, in cui le atmosfere più cupe e pensanti della prima parte lasciano il passo ad altre più aperte, ariose e motivanti.

Il primo singolo ufficiale del nuovo progetto è Mirabilia, canzone che rappresenta forse al meglio l’anima del disco e lo spirito con cui hanno deciso di continuare il loro percorso nel mondo della musica, dopo le difficoltà incontrate in questi anni: è un inno al coraggio (“per riprenderlo basta un soffio“)… bisogna trovare la forza di ripartire, di avere fiducia nelle proprie scelte, di lasciarsi andare.

L’itinerario continua con il secondo singolo, ora in radio, Vienimi a cercare in duetto con la delicata voce di Matilda De Angelis. Molto particolare l’idea della metafora del nascondino per descrivere, in maniera originale e (in questa veste) dolce, le dinamiche di una relazione. È un brano che, come sonorità, ricorda Il principe Davide, presente nel loro album di debutto. L’episodio più importante è sicuramente la già citata To the wonders (inserita nella colonna sonora del film Un bacio, di Ivan Cotroneo), manifesto dell’intero progetto e la più strutturata dal punto di vista musicale, essendo caratterizzata da un arrangiamento orchestrale in cui figurano i fiati (loro marchio) e la concitazione degli archi, la cui parte principale rappresenta l’apertura del brano verso l’esplosione finale. 

Verso le meraviglie è la summa delle esperienze raccolte e delle collaborazioni: in primis con il cinema e la tv (saranno presenti nella serie di Rai1 Tutto può succedere), in secondo luogo con altri artisti (la già citata Matilda De Angelis e Arisa, a cui è stata data in dono la struggente Dimmi se adesso mi vedi). Il mood è quello dell’indie pop, con venature rock molto presenti in brani dal forte impatto emotivo come Le mie ombre  o anche Kairòs, nelle quali si fa centrale il tema della liberazione da fardelli, catene… morire per rinascere. Proprio quello che hanno fatto loro, sono rinati affidandosi a loro stessi e percorrendo una strada tortuosa ma piena di identità, ben marcata e riscontrabile in molti elementi: la voce di Marco (corposa, emotiva e duttile), i fiati, gli archi (presenti sempre nei momenti di maggior tensione delle canzoni), i cori (di coldplayana memoria) e lo stile “orchestrale”, presente più qui che nel primo disco (per via della produzione più rock) e ciò li rende più riconoscibili nel panorama italiano.

Gli Stag lasciano libera da vincoli la loro arte, smussandone gli angoli e andando ad incasellarsi dove non ci sono etichette, classificazioni, ma solo la loro musica ricca di contaminazioni.

2 thoughts

  1. “Gli STAG lasciano libera da vincoli la loro arte, smussandone gli angoli e andando ad incasellarsi dove non ci sono etichette, classificazioni, ma solo la loro musica ricca di contaminazioni”: chiusura perfetta! Sono completamente d'accordo con la tua analisi. Fra le altre tracce, io sono rimasta folgorata da “Oh issa”, cantata dal vivo. Viene davvero voglia di salpare su quella barca, per un lungo viaggio verso le meraviglie!

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  2. grazie anna! 😀 sì, “Oh issa!” è anche una delle canzoni più cariche e positive del disco e Marco usa la voce in maniera decisa su quegli alti 🙂 la barca è salpata! speriamo attracchi il più tardi possibile 😉

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